sabato 5 novembre 2011

Ravasi come Martini?

 [...] Il «Cortile [dei Gentili]» ricorda molto la cattedra dei non credenti di martiniana memoria. Chi si oppose e la contestò si beccò l’accusa di «oscurantista». Oggi l’hanno capito tutti che non è servita a niente. O meglio: è servita solo al cardinale Martini per diventare una celebrità mediatica, un antipapa di sinistra da opporre al reazionario Giovanni Paolo II, amato da «la Repubblica» e il «Corriere della Sera» e dal composito universo radical chic italiano.

Nel fervore «dialoghista» il cardinale Ravasi sceglie come interlocutore Julia Kristeva. Cioè psicoanalisi, semiotica e strutturalismo elevati all’ennesima potenza. La linguista francese intravvede all’orizzonte un «nuovo umanesimo». Voi pensate: cristiano? Macché, sciocchezze! Un umanesimo ostile alla Chiesa, poiché
rimanda a coloro che hanno contribuito in maniera mirabile a demolire il cristianesimo, da Voltaire al divino marchese de Sade. Tutto frullato aggiungendo abbondanti dosi di Lacan e femminismo oltranzista. Un polemico articolo di Francesco Angoli su «Il Foglio» (31 ottobre) ha rilevato questa così palese incongruenza. Ma a che serve, si è domandato, dialogare con Julia Kristeva, invitarla addirittura ad Assisi?  [...] 
Rimane però il nostro dubbio: cosa possa uscire da questo dialogo non ci è dato di capire. Ma il cardinale, certamente, ne saprà più di noi. Parla e scrive volentieri Ravasi, quando si tratta di cimentarsi con argomenti alla moda, molto progressisti, molto salottieri. Ma mentre accoltellano il Papa alla schiena, bombardano selvaggiamente il suo operato, attraverso un libello zeppo di luoghi comuni, il fine intellettuale e teologo, l’influente ministro della Chiesa, mette il silenziatore. Si è mai visto un vescovo e poi cardinale nominato dal Papa, e da quello stesso Papa messo a capo di un importante dicastero vaticano, difendere quel medesimo Papa dagli attacchi pretestuosi di un sistematico denigratore della Chiesa e del Papato? Meglio lasciar perdere. Più saggio lasciar perdere. Ecco, appunto: lasciamo perdere.
da L'Occidentale 5/11/2011

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