giovedì 21 febbraio 2008

E poi dicono che i comunisti non si cibano di carne umana...

In Cina ogni giorno sono eseguite almeno 30 condanne a morte. I dati prudenziali di Amnesty International e altre agenzie parlano di almeno 10.000 giustiziati ogni anno. La Cina contribuisce quindi per più del 90% al numero totale di condanne a morte eseguite in tutto il mondo. Gli assassinati sono spesso persone innocenti, o colpevoli di delitti non violenti. La superficialità dei giudizi sommari, la rapidità con cui sono pronunciati, le confessioni estorte con la tortura fanno del sistema giudiziario cinese il regno dell’arbitrio e della corruzione. Ma l’orrore non si ferma qui. Appena il condannato è stato giustiziato, le autoambulanze ferme nei dintorni si avvicinano, scendono infermieri e chirurghi, vengono espiantati dai corpi immobili gli organi vitali, le autoambulanze ripartono a tutta velocità. Questo è il volto feroce della Cina «comunista», che si prepara a celebrare nel prossimo maggio 2008 le Olimpiadi – simbolo di pace e di fratellanza fra gli uomini.

CINA
Traffici di morte

Il volto feroce del comunismo cinese:
trapianto di organi dai prigionieri giustiziati
GUERINI E ASSOCIATI, FORMATO: 14,8X23, PAGINE: 208

Harry Wu, direttore della Laogai Research Foundation – i Laogai sono i campi di lavoro dove milioni di condannati costruiscono la prosperità dell’economia cinese –, espatriato dalla Cina negli Stati Uniti dopo vent’anni di detenzione, è rientrato quattro volte clandestinamente nel suo Paese per documentare e denunciare la disumanità della condizione dei prigionieri. Dobbiamo a lui, vera Primula Rossa dei diritti umani, le notizie di prima mano, le testimonianze, i documenti raccolti in questo libro. Negli ultimi mesi l’approssimarsi dei Giochi olimpici e il timore di boicottaggi da parte dei paesi occidentali hanno costretto le autorità cinesi a promulgare nuove leggi. In particolare, si è deliberato che solo la Corte suprema possa comminare condanne capitali. Ma è un patetico tentativo di make-up, che non ha riscontri nella realtà: negli ultimi mesi sono state eseguite centinaia di condanne a morte a livello locale, e, a dispetto dei nuovi «regolamenti» che vorrebbero l’assenso del prigioniero all’espianto di organi dopo la sua morte, continuano anche i trapianti illegali. Naturalmente, in un Paese dove la tortura è all’ordine del giorno, non sarebbe un problema probabilmente neppure ottenere un consenso scritto. Ma è più rapido farne direttamente a meno. I ricavi sanguinosi del commercio di organi sono troppo ricchi perché simili dettagli possano fermarlo. E nemmeno la pubblica riprovazione, né la condanna delle organizzazioni mediche. Il professor Francis Demonico, della Canadian Transplantation Society, ha dichiarato ad esempio che «la crescente richiesta di organi sembra causare una crescente domanda di esecuzioni capitali». E il professor Stephen Wigmore della British Transplantation Society, durante un’intervista con la BBC nell’aprile del 2006, ha affermato: «la velocità con cui si possono trovare gli organi adatti ai pazienti sembra anche confermare che i prigionieri sono selezionati prima dell’esecuzione a seconda del tipo di sangue e di organo da trapiantare». Il denaro è diventato la nuova ideologia del regime cinese, perseguita con la stessa determinazione e la stessa mancanza di scrupoli con cui si sono affermati per cinquant’anni i principi del comunismo di Mao Zedong.

La Laogai Research Foundation denuncia instancabilmente le violazioni dei diritti umani in Cina, e in particolare si batte contro i campi di lavoro forzato, che imprigionano milioni di cittadini cinesi. Sono i moderni schiavi occupati a produrre le merci che vengono poi esportate in tutto il mondo, nonché mandati a lavorare in catene nei Paesi in via di sviluppo nei quali la Cina cerca la penetrazione economica.

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